Marina di Porto Cervo
~ Nessuna notizia. ~
NEWS
ARCHIVIO 2007
ARCHIVIO NEWS

ANNO 2008 | ANNO 2007 | ANNO 2006


LA SARDEGNA PRIMA DELLA COSTA SMERALDA <BR>NELLE FOTOGRAFIE DI FRANCO PINNA
Marzo 1962: Karim Aga Khan annuncia la costituzione del Consorzio Costa Smeralda. Un anno prima, uno dei maggiori fotografi italiani, Franco Pinna, aveva realizzato in Sardegna i più importanti reportage da lui mai svolti nella sua terra d’origine. Vi era arrivato inizialmente a febbraio, seguendo una campagna di registrazioni sonore condotta dal Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare, già vicino a Pinna nelle note indagini antropologiche in Lucania (1952, 1956), al Mandrione (1956) e in Salento (1959). Vi ritorna a più riprese fra la primavera e l’estate, nel pieno di una campagna elettorale regionale da cui in molti avrebbero atteso una conferma dello spostamento politico nazionale a Sinistra, e che invece avrebbe ribadito il dominio della Democrazia Cristiana. A bordo di una 2CV Citroen, Pinna percorre l’isola in lungo e in largo, dalla Barbagia al mare e da una sagra all’altra, fra i residui di un passato arcaico e i primi effetti della modernizzazione, dietro pastori, pescatori, minatori, contadini, donne, bambini, in previsione di un nuovo fotolibro richiestogli dalla Lea, editrice dell’Automobil Club d'Italia, all’interno della collana “Italia nostra” in cui aveva pubblicato nel 1959 La Sila. Il secondo fotolibro di Pinna (Sardegna una civiltà di pietra) esce alla fine del 1961, con un'introduzione dello scrittore Giuseppe Dessì e le didascalie dell'antropologo Antonio Pigliaru.
Dai reportage del 1961, già “nucleo forte” del libro e della mostra corrispondente che hanno fatto il punto scientifico sulla produzione “sarda” di Franco Pinna (G.Pinna, L’isola del rimorso. La Sardegna nelle fotografie di Franco Pinna, 1953-1967, Imago Multimedia editore, Nuoro 2004), proviene questa selezione di circa settanta fotografie, fra le più belle e celebri del loro autore. Sono documenti visivi, intensi, emozionanti, di una Sardegna e di sardi che in parte non esistono più, agli albori di un’epoca destinata a cambiarli profondamente.

Sardo nell'anima. Franco Pinna, un fotografo e la sua terra
Altezza media, carnagione e capelli chiari, tratti più nordici che mediterranei, nessuna particolare cadenza dialettale che potesse rivelare in quale terra fosse nato. A chi lo ha visto e sentito Franco Pinna non sembrava proprio un sardo, o comunque uno di quei sardi che la tipologia più canonica di una volta, sempre più smentita dalle ultime generazioni, avrebbe potuto contemplare nella formula “bassi-scuri-cacofoni”.
Per formazione, abitudini, mentalità, non c'è dubbio che Pinna andasse considerato un romano. La sua nascita a La Maddalena, isola nell'isola, e la successiva permanenza sassarese durante la prima infanzia erano state determinate da ragioni incidentali quali quelle derivanti dai frequenti trasferimenti di lavoro del padre Pietro, ufficiale dell'esercito. E’ a Roma, dove arriva nel 1935 dopo aver soggiornato a Tortona e Anzio, che Franco Pinna cresce, studia, matura, si fa uomo, combatte, ama, diventa attivista politico, inizia a fare il fotografo, conosce i suoi più importanti successi professionali, forma una famiglia propria.
Ma a volte la realtà oggettiva delle cose non riesce a soddisfare le speciali esigenze anagrafiche del proprio ego. Sebbene la vita potesse invogliarlo a credere altrimenti, Franco Pinna si è sentito profondamente sardo. Certo, c'era il sangue dei genitori - il già nominato Pietro, la mamma, Maria Pais, entrambi sassaresi d'origine - a giustificare un simile atteggiamento, ma la “sardità” di Pinna non faceva parte di quelle eredità nominali che rimangono in sostanza lettera morta nel patrimonio delle proprie radici familiari. Particolarmente negli anni Cinquanta e Sessanta, Pinna ha avvertito l'ostinata necessità di recuperare un rapporto con la propria terra natìa che le sue vicende biografiche avevano ridotto a ben poca cosa, relegandolo nell'evanescente sfera dei ricordi infantili. Della Sardegna, per dirla in metafora, Pinna si è sforzato di essere almeno idealmente un devoto figliol prodigo piuttosto che un orfano, magari per cancellare quella sorta di rimorso esistenziale che gli esuli precoci e involontari sentono spesso addosso come una patente attestante la loro condizione di "senza patria".
Sia chiaro che Pinna non ha mai pensato seriamente di poter riallacciare i legami con la Sardegna nella maniera più concreta e naturale, ossia tornandoci a vivere. Non lo ha fatto nemmeno quando le circostanze – amici stretti come il collega Antonio Sansone ricordano un suo misterioso, sfortunato matrimonio con una sarda, tale Cannes, morta precocemente - potevano realmente invogliarlo alla decisione. Pinna si sentiva un sardo, ma un sardo esule, condizione del resto comune e persino tipica del sardo moderno. Lungi dall'essere sardi "dimezzati", i sardi esuli riuscivano non di rado ad esprimere altrove certe capacità per le quali la terra di provenienza poteva dimostrarsi incapace di valorizzare adeguatamente. Il campionario di esempi che in proposito Pinna aveva di fronte era gratificante. Da una parte c'era nientemeno che Gramsci, il fondatore del partito nel quale Pinna militò fino al 1956 e al cui credo ideologico continuò ad ispirarsi anche negli anni seguenti, sulla scia del quale si era distinto un importante contributo sardo alla causa comunista nazionale (Spano, Laconi, i Berlinguer, i Pirastu). Dall'altra, passando a tutt'altro campo, poteva esserci una figura come quella di Amedeo Nazzari, l'attore di Pirri che il cinema, passione dichiarata di Pinna, aveva trasformato in un riconosciuto campione di italica virilità. Tra questi estremi, personaggi noti o perfetti sconosciuti che Pinna incrocia nel corso della sua attività fotogiornalistica: sarde “per causa di forza maggiore” come le scrittrici Joyce Lussu e Fausta Cialente 4; Giovanni Berlinguer, figlio dell'"avvocato dei banditi" Mario, con il quale compie nel 1956 una straordinaria inchiesta sulle borgate romane 5; lo sceneggiatore maddalenino Franco Solinas, cercato tra gli spettatori di un incontro di tennis in un momento antecedente l’uscita del film Banditi a Orgosolo , ma anche la povera Epifania Lussu, una delle tante domestiche isolane operanti a Roma che la miseria aveva costretta ad abbandonare tre figli.
Fu comunque un pugliese, Franco Cagnetta, autore di Inchiesta su Orgosolo (1954, ripubblicata nel 1963 col titolo di Bandits d’Orgosolo, sulla scia del successo del film omonimo), colui che più di ogni altro incise profondamente sui rapporti di Pinna con la Sardegna. I due si conobbero a Roma tra gli ultimi del 1951 e i primi del 1952 grazie al comune interesse, secondo quanto ebbe modo di riferirmi Cagnetta, per le belle donne e per la fotografia. Pinna era allora un giovane attivista del PCI e un reporter appena esordiente. Cagnetta, formatosi al seguito del più importante antropologo italiano del Novecento, Ernesto De Martino, era invece una figura atipica e vivacissima di intellettuale. Agiato viveur residente nella prestigiosa Villa Strohl-Fern, frequentatore di raffinati ambienti mondani a Roma e a Parigi, playboy amabilmente sessuomane e dal carattere imprevedibile, menteur irresistibile, “mangiapreti”, coniatore di aforismi la cui efficacia si è spesso preservata nel tempo (“l’Italia è il paese dei camerieri”), ma anche serio, quanto irregolare studioso, di antropologia come di psicologia e sociologia dell’arte, promotore culturale al fianco di Delio Cantimori e di Carlo Muscetta, uomo di fede "liberal-comunista", come singolarmente si definiva da giovane, vicino al pensiero progressista di Raniero Panzieri e con una spiccata vocazione alla militanza civile in favore dei più deboli.
Due uomini in apparenza molto diversi tra loro; però due uomini autentici, avrebbe detto ancora con orgoglio Cagnetta, accomunati da un'analoga tempra morale e da un ardore vitalistico che a distanza di tempo rimangono i caratteri più fascinosi della migliore generazione uscita dal dramma della guerra.

All'opera nell'isola
Oltre a quelle del 1961, si collocano tra il 1953 e il 1967 le altre presenze di Pinna in Sardegna connesse alla sua professione di fotogiornalista.
La prima trasferta (novembre 1953) consente a Pinna di conoscere finalmente de visu l'Orgosolo mitizzata e idolatrata da Franco Cagnetta, quando il paese era ricaduto nella pubblica ignominia in seguito a un nuovo delitto banditesco, il rapimento omicida dell’ingegnere Davide Capra. Obiettivo occulto del viaggio era Pasquale Tandeddu, il presunto "terrore della Barbagia" che si era convertito al comunismo durante la latitanza e del cui volto non esisteva ancora alcuna immagine. Tandeddu si era già dichiarato disponibile a rivolgersi alla stampa, ma non a essere fotografato. Arrivato sul posto, Pinna dovette verificare l'insanabile frattura creatasi tra la popolazione orgolese e lo sventurato Tandeddu, datosi al banditismo solo per evitare il confino e soprannominato dai locali "s'ischerbeddau" (lo scervellato) dopo la svolta politica.
Il Pinna che nel 1959 ritorna in Sardegna è un fotografo che stava giungendo, in virtù di alcune fondamentali esperienze antropologiche condotte al fianco di De Martino e di Cagnetta, al suo punto massimo di maturità professionale. Non sono tanto gli ordinari servizi di Alghero e Santu Lussurgiu, eseguiti nei primissimi dell'anno, a rivelarcelo, quanto la serie dedicata al rito coreutico dell'argia, realizzata in tarda primavera a Tonara nell'ambito delle ricerche demartiniane sul tarantismo.
Ancora la cronaca nera, nei primi del 1960, obbliga Pinna a tornare in Sardegna e a occuparsi, per conto della rivista "Noi Donne", dell'omicidio della piccola Elena Cuccu, avvenuto a San Priamo (CA).
Dal 1962, anno della sua creazione, Pinna collabora regolarmente allo staff fotografico di "Panorama", il magazine della Mondadori improntato sul calco dell'americano "Time". Vi comincia a pubblicare dall'anno seguente e subito con un contributo notevole: Le quattro Italie, realizzato tra alcune località agli estremi geografici del territorio nazionale, realtà ignote e dalla notevole arretratezza sociale, nelle quali si reca in compagnia del giornalista Paolo Pernici. La tappa-ovest del percorso riguarda i giacimenti minerari sardi dell'Argentiera (SS), simili a quelli sulcitani che Pinna aveva fotografato nel 1961.
É l'impetuosa crescita del banditismo, se si eccettua una visita a Porto Conte sul set del film Boom! La scogliera dei desideri, a determinare tra il 1966 ed il 1967 le ultime presenze professionali di Pinna in Sardegna. La brusca caduta di credito dei sardi che il dilagare del banditismo aveva provocato nella vox populi nazionale dovette risvegliare in Pinna sentimenti di orgoglio regionale che lo portarono a prendere posizione contro i pregiudizi razzistici. La partecipazione alle lotte sindacali dei pastori, ultimi baluardi della Sardegna più autentica e bistrattata, segna per Pinna l'epilogo del viaggio interiore volto alla riconquista delle proprie radici etniche. Anche la Sardegna così "acquisita" da Pinna è d'altronde alla fine di un ciclo, una Sardegna che non è più quella idolatrata da Cagnetta e che anche nelle sue propaggini più tradizionaliste pretende un radicale cambiamento dal passato.
Dopo il 1967, Pinna non dovette più recarsi in Sardegna per motivi di lavoro. Proverà forse a seguirla attraverso le imprese del Cagliari, vincitore del campionato italiano di calcio 1969-1970, a proposito del quale un ritaglio tratto da “Il Messaggero”, conservato nell’archivio del fotografo, riferisce della civiltà con cui i cori dei tifosi romanisti salutavano le vittorie di Riva e compagni nella Capitale: “banditi, banditi…”.
Proverà forse a cercare una nuova Sardegna, Pinna, in Cina, in Albania o nei deserti australiani, terre nelle quali la frenesia della modernità non era ancora riuscita a infrangere il mito di una civiltà atavica e vergine.

FRANCO PINNA. Nota biografica.
Franco Pinna (La Maddalena/SS 1925-Roma 1978) è stato certamente uno dei maggiori fotografi italiani del Novecento.
I suoi esordi professionali (1952), dopo la militanza nella Resistenza romana e una breve esperienza come operatore di cinedocumentari, avvengono nell’ambito della cooperativa Fotografi Associati (con Plinio De Martiis, Caio Garrubba, Nicola Sansone, Pablo Volta). La pratica della fotografia giornalistica viene concepita in parallelo a un’intensa militanza politica nella quale Pinna si distingue come attivista del Partito Comunista Italiano; in questa veste ha ripreso, con Tazio Secchiaroli, le cariche della polizia contro una manifestazione anti-NATO (Roma, giugno 1952), riuscendo a sfuggire alla reazione delle forze dell’ordine e impiegando di fatto i metodi da blitzphotographie che in seguito avrebbe caratterizzato il “paparazzismo”.
Fra il 1952 e il 1959, le esperienze fotografiche di Pinna si collocano fra quelle che in modo più appropriato ed esemplare vengono ritenute neorealiste. Nell’autunno del 1952, Pinna segue l’antropologo Ernesto De Martino in una prima spedizione scientifica multidisciplinare effettuata in Lucania, prevalentemente nella provincia di Matera, a cui ne avrebbe fatto seguito un’altra (1956), prevalentemente nella provincia di Potenza. Da esse, Pinna ha ottenuto documentazioni di straordinario valore espressivo e culturale che sono state di volta in volta presentate in esposizioni di notevole successo. Nel 1956, dietro l’antropologo Franco Cagnetta, Pinna compie un’intensa indagine fotografica sulle condizioni materiali e morali delle borgate romane, adottando per la prima volta la sequenza come forma di rappresentazione di riti e di eventi, e ricavando da essa esiti paralleli a quelli che Cesare Zavattini aveva teorizzato nel cosiddetto “pedinamento”. Sempre nel 1956, in seguito all’occupazione dell’Ungheria da parte dell’URSS, Pinna conclude la sua militanza nel P.C.I.
Nel 1959, la fotografia di Pinna finalizzata alla ricerca antropologica raggiunge il suo apice di maturità nel corso di una spedizione in Salento dietro i riti del tarantismo, ancora al seguito di Ernesto De Martino, sviluppandosi al meglio i presupposti già segnalati dalle documentazioni delle borgate romane. Nello stesso anno, Pinna pubblica il suo primo fotolibro, La Sila, affermando la sua autonomia rispetto all’ambito strettamente antropologico a cui erano legate le esperienze demartiniane. Ad esso fa seguito, nel 1961, Sardegna una civiltà di pietra, il suo fotolibro più significativo. Nello stesso anno, il modesto trattamento riservatogli da De Martino ne La terra del rimorso, resoconto scientifico della spedizione in Salento, compromette i rapporti fra il fotografo e lo studioso.
Reporter prediletto di periodici come “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, Pinna diventa dal 1964 fotografo di fiducia di Federico Fellini, per il quale aveva già lavorato nel corso della preparazione de La strada. Dai film del regista (Giulietta degli spiriti, Tre passi nel delirio/Toby Dammit, Satyricon, Block-notes di un regista, Roma, Amarcord, Il Casanova di Federico Fellini), Pinna ricava materiale per illustrare special nei più noti periodici del mondo e fotolibri di larga diffusione (Fellini’s Filme). La morte improvvisa gli ha impedito di concludere il progetto di documentazione Itinerari emiliani, iniziato nel 1976 per conto della Regione Emilia-Romagna, e di svolgere ulteriore attività organizzativa all’interno dell’A.I.R.F. (Associazione Italiana Reporter Fotografi).